Home / Storie di cammini

La Via Francigena di Matteo: da casa sua a Roma

di Matteo Guasti
Andare a Roma a piedi oltre al fascino di percorrere un cammino storico battuto da chissà quante persone di ogni rango e età, e oltre al significato religioso, spirituale, di lasciarsi dietro proprietà e affetti per raggiungere con pazienza un luogo di devozione, per me aveva come significato principale quello di poter guardare sulla cartina, a meta raggiunta, e prendere piena coscienza delle mie forze in quanto persona. Gambe per andare, mente per guidare, cuore per arrivare. Una sorta di personale umanesimo e rinascimento, con l’abuso di macchine a interpretare la parte del buio da cui uscire.
Grande parte del fascino sta sicuramente nella sensazione di alzarsi la mattina prescelta, vestirsi come si fa ogni giorno qualunque, mettere nello zaino un ricambio, un asciugamano, un sacco a pelo e qualche effetto personale, chiudere la porta e via. Niente di più semplice.
Dimenticavo, la guida di Terre di Mezzo scritta da Monica D’Atti e Franco Cinti l’ho portata con me ed è stata utilissima, oltre che bella e ben fatta.


13 agosto 2007, lunedì

I primi km sono stati critici, per via del tempo, piovigginava e non avevo una gran mantella. Fortuna ha voluto che piovigginasse poco, e finita la strada che faccio sempre quando vado a correre cioè l’argine dell’Elsa, ha smesso. Forse è stata la cosa più strana, passare a piedi per i posti in cui passo normalmente per brevi spostamenti, e quasi sempre in scooter o in auto, senza però avere nessun appuntamento nei paraggi..
Raggiunta la via Francigena all’altezza della Pieve di Coiano sul tratto che va da San Miniato a Gambassi, ho camminato piuttosto bene tutta la mattina, incontrando sporadicamente (molto, sporadicamente) qualche casetta sperduta sul crinale. Crinale per modo di dire, trattandosi della larga fascia collinare che divide la val d’Elsa dalla val d’Egola e poi dalla val d’Era, che si imbocca a San Miniato e si segue fino a Colle.
Appena arrivato a Gambassi mi sono sistemato per mangiare nello spazio destinato ai pellegrini, ma vuoi per l’accoglienza piuttosto latente vuoi perchè era solo l’una e avevo ancora voglia di camminare, sono ripartito poco dopo per San Gimignano. Ancora campagna e ancora posti unici.
La cosa più evidente dei primi paesaggi che ho attraversato è stato il forte contrasto tra la poca distanza in linea d’aria tra i posti che conosco meglio, cioè quelli lungo la SR 429, e i posti di collina che stavo attraversando, e la grande distanza in termini di stile di vita tra i due. Praticamente i posti dove non si passa con l’auto sono un altro mondo.
Pancole è bella da visitare, sia per il presepe stabile che per la chiesa e la storia del borgo.
Arrivato a poche centinaia di metri da San Gimignano, al momento di metter mano al telefono per chiamare il convento degli Agostiniani e chiedere ospitalità, mi sono accorto di una cosa tremenda: non avevo fatto richiesta della credenziale! Gli Agostiniani non volevano saperne, mi hanno spiegato della quantità di furbi che spacciandosi per pellegrini vorrebbero dormire a scrocco, e dell’impossibilità di dare ospitalità a tutti. Per fortuna parlando con Don Brian e spiegandogli la mia situazione sono riuscito a ottenere una stanza in cambio dell’impegno a farmi inviare entro la mattina successiva un fax del mio parroco in cui si attestasse il mio status di pellegrino. E qui devo spiegare, anzi dichiarare una piccola bugia. Non frequentando la chiesa e oltretutto vivendo in un paese in cui non sono nato (mi ci sono trasferito a 18 anni) non conosco il parroco! Non conosco neanche il parroco attuale del paese dove sono nato, a dire il vero, ma lì conosco tante persone che frequentano la chiesa. Comunque sia, prima ho provato a contattare la parrocchia del paese in cui vivo. Il guaio è che il numero della parrocchia di Ponte a Elsa che ho trovato in internet era quello della metà di paese che sta in provincia di Pisa, mentre quello della mia fiorentina metà non c’era! E il parroco pisano non me l’ha dato, sembra non ce l’avesse, ma mi è sembrato di scorgere in questa cosa un po’ strana un ché di rivalità tra le due “rive”. Comunque sia ho avuto la brillante idea di farmi dare da un amico il numero del parroco del mio paese natale e spacciandomi per ancora-cittadino ho ottenuto il fax che mi testimoniava a favore, visto che neanche il parroco conosceva me. A San Gimignano le note salienti sono state due: l’insonnia per il caldo e per la mandria di zanzare alloggiate nella mia cella (la nostra quindi), e la visione di piazza del Duomo e piazza della Cisterna sgombra di turisti. Era la prima volta che vedevo il centro del paese vuoto, e a ripensarci trovare gente in giro anche alle 2 di notte sarebbe stato veramente troppo. Ho cenato in una pizzeria, un piatto di fagioli al fiasco, un bicchiere di vernaccia e una pizza, di cui però me n’è avanzata mezza e l’ho messa nello zaino per il giorno dopo.


14 agosto 2007, martedì

La giornata è iniziata con le preghiere del mattino nella cappella del convento, insieme a Padre Brian e a un altro frate più giovane e sempre inglese, con conseguente involontaria comicità della pronuncia inglese sui testi latini.
Lasciato il convento e la preziosa ospitalità di Padre Brian, che si è rivelato un ottima persona, sono partito per Siena. Per Siena saltando quindi Monteriggioni, e questo perchè al convento mi è stato detto che il giorno prima c’erano stati dei pellegrini, quindi riuscendo a mettere insieme due tappe potevo sperare di trovare qualcuno con cui non-camminare-da-solo.
E’ stato tutto molto strano. La mattina bellissimi paesaggi, come il giorno prima, una piacevolissima camminata. Mi sono fermato a Colle val d’Elsa per vedere un po’ il centro e mangiare un gelato. Era già mezzogiorno ma ho pensato che intanto potevo accontentarmi di quello e più tardi fermarmi a mangiare qualcosa per strada. L’avessi mai fatto! Non ho trovato più niente fino a Siena. La strada da Colle in poi è bruttina, asfalto e paesaggio pianeggiante, cose che unite al caldo d’agosto si superano solo con la motivazione della meta. Abbadia a Isola è stata una beffa completa, la guida segnalava la possibilità di abbeverarsi alla fontanella, elemento tipico del paese, e di mangiare qualcosa nell’alimentari o nel bar. La fontanella c’era ma mancava l’acqua! L’uomo del monte (la Montagnola) aveva detto no, evidentemente. I bar invece erano ben due, ma erano ben chiusi, entrambi, nonostante i miei ricordi di vita di paese mi suggerissero che in genere tra due bar si cerca di stabilire le ferie a turno per non lasciare gli avventori abituali “a piedi”, come si suol dire, e i pellegrini “a secco”. Mi sono consolato la fame con la lettura del pannello descrittivo della Montagnola e dei suoi sentieri.
Arrivato all’altezza di Monteriggioni ho confermato la mia intenzione a tirare dritto per Siena lasciando da parte la curiosità di conoscere il famoso Bar dell’Orso, che in tanti in passato mi hanno segnalato in passato.
Nel tratto di bosco che si alterna ai campi ho rischiato di perdermi per via di una momentanea “differenza di vedute” tra me e la guida di Monica D’Atti e Franco Cinti, ma alla fine ne sono uscito senza troppi errori. Il tratto che da lì porta a Siena è molto bello, ricordo diversi bei casolari e tanto bel verde, e il bellissimo il castello della Chiocciola.
Nella piana sotto Siena sono iniziati i problemi. Alla fame, alla quale si può resistere, si è aggiunto un arrossamento tremendo agli inguini, per via dello sfregamento continuo tra le due gambe e per via del sudore. Sono salito a Siena a gambe larghe e con un male impressionante, è stata la parte più dura di tutto il cammino ed è durata anche tanto perchè il dolore mi costringeva a andare pianissimo. Ho anche pensato che se la cosa non si risolveva il mio cammino finiva lì, ma per fortuna una farmacista con la sua pomata e i suoi consigli m’ha salvato. Arrivato in centro mi sono buttato nel primo negozio di abbigliamento che ho trovato, di proprietari cinesi, mi sono infilato la soluzione definitiva cioè un paio di pantaloni attillati da donna, in cotone, che appena pagato ho scorciato seduta stante con un paio di forbici per renderli corti sopra il ginocchio. E per non essere ridicolo, anche.
Arrivato dalle suore mi è stato detto di aspettare e nel frattempo, seduto sui gradini, appena tolto lo zaino dalle spalle mi sono ricordato della mezza pizza che avevo messo da parte la sera prima e che avevo rimosso completamente dai miei ricordi. Me la sono fumata in mezzo minuto, mentre tra me e me mi davo del cretino.
Le suore, una volta dentro, mi hanno detto che c’erano già due persone alloggiate e che erano uscite per un giro. La doccia è stata un sollievo immane, poi sono stato a cena con tre amici, che mi hanno raggiunto in macchina perchè approfittando della vicinanza volevano vedermi almeno una volta nei miei panni da pellegrino, panni che si presume non indosseranno mai per una sostanziale repulsione per il moto!
Sono riuscito a rientrare per le 22 come mi era stato intimato dalla suora, e ho conosciuto le mie future compagne di cammino dei giorni a venire, Monica e Gelsina, 27 e 62 anni, di Settimello, paesino nei pressi di Calenzano. Abbiamo fatto due chiacchiere e poi spenta la luce ci siamo addormentati.
Di notte a un certo punto mi sono messo seduto sul letto e ho chiamato “Chiara”, ma ovviamente non mi ha risposto nessuno. Il giorno dopo chiacchierando ho scoperto che sia Gelsina che Monica mi avevano sentito chiamare “Chiara”, e mi è tornato a mente anche il motivo per cui l’ho fatto. Stavo sognando che parlavo, e nei miei discorsi riprendevo una cosa che dicevamo prima di dormire, cioè che ci sono posti molto vicini a noi di cui non conosciamo assolutamente l’esistenza perchè non ci passano le vie di comunicazioni più importanti. Di lì, con non so quale strana associazione di idee, devo esser arrivato a dire che una cosa la puoi anche chiamare con un altro nome, e per portare un esempio pratico Monica la stavo chiamando Chiara. Devo aver fatto loro una buona impressione insomma.. da subito!


15 agosto 2007, mercoledì

Ferragosto è iniziato bene, per fortuna avevo trovato qualcuno con cui camminare. Monica e Gelsina avevano scelto come partenza San Miniato visto che la Francigena passa lontano da casa loro, e sarebbero arrivate fino a Radicofani, lasciando l’altra metà di cammino per un’altra occasione. Entrambe della stessa parrocchia, entrambe molto carine e di buona conversazione, ci siamo trovati benissimo. Monica con diverse esperienze di scoutismo alle spalle, Gelsina con una notevole passione per il trekking e con il sogno di andare un giorno a fare trekking in India.
La giornata è passata tranquilla, la destinazione era Ponte d’Arbia. A Isola d’Arbia abbiamo fatto una prima sosta, e ci ha raggiunto il marito di Gelsina portandole alcune cose di ricambio. Abbiamo anche pranzato, e ci siamo dati appuntamento con lui a Ponte d’Arbia. Il cammino nella val d’Arbia non è ben segnalato, la ragione principale credo che stia nel fatto che il percorso individuato per i pellegrini è una variante “paesaggistica” della strada più ovvia, la Cassia. Che ha il brutto difetto di essere asfaltata, quello di essere percorsa da auto, e quello di passare per paesi a volte anche bruttini. Ma la nostra variante aveva il difetto di non avere molto senso logico, e trattandosi di piccoli sentieri in aperta campagna lo sbaglio è sempre a portata di mano. Di piede.
In una casa a cui abbiamo bussato per chiedere un po’ d’acqua la padrona ci ha offerto anche un po’ di frutta. La verità è che mentre bevevamo non gli abbiamo staccato gli occhi di dosso un attimo, alla cesta della frutta, e di sicuro la nostra benefattrice se n’è resa conto. Arrivati a poche centinaia di metri dalla destinazione invece una coppia che stava lavorando il proprio orto ci ha regalato un cocomero, volevamo pagarglielo ma non c’è stato verso. Avevamo ovviamente una sete pazzesca e ce lo siamo portati trionfanti alla casa d’accoglienza. La signora che si dedica ai pellegrini era fuori paese e ci ha indicato per telefono tutto il “come fare”. Nella casa, piuttosto grande e adibita a cene e feste piuttosto grandi, abbiamo conosciuto altri pellegrini che avevano intrapreso il pellegrinaggio dal nord, dal punto in cui la Francigena entra in Italia. Pellegrini molto più mattinieri e veloci di noi (padani, gambe più lunghe delle nostre), dato che la mattina seguente al nostro risveglio erano già partiti. Per cena è saltato fuori un bellissimo spaghetto al pomodoro con tanto di vino offerto se ricordo bene dal marito di Gelsina. E per chiudere in bellezza, il cocomero.


16 agosto 2007, giovedì

La partenza al mattino non è stata troppo difficile, arrivare a Buonconvento per la colazione è stato piuttosto veloce. Ma ripartiti da lì il caldo ha iniziato a farsi sentire più degli altri giorni, che era attutito dalle nuvole. A un certo punto ci siamo fermati, poco prima di arrivare a Torrenieri, e pensavo che non ce l’avrei mai fatta. Non mi era mai capitato e lì per lì ho pensato che una delle cause poteva essere l’aver scelto a inizio anno di essere vegetariano. I giorni successivi per fortuna mi hanno smentito alla grande.
A Torrenieri il signore che ci ha guidato nel piccolo museo del vino, adornato di una targa commemorativa della sosta di Sigerico in quel medesimo posto, è stato gentilissimo e ci ha offerto anche un goccetto.
In quanto a figure religiose invece Torrenieri non si è distinta granché.. c’è una casa del Pellegrino annessa alla struttura della chiesa, ma è stata completamente sorda ai nostri tentativi di campanello, era presumibilmente vuota. Una signora anziana di fronte alle nostre richieste di informazioni ci ha risposto, concorde col nostro disappunto, che in certi casi sarebbe il caso di tornare a ricorrere al beneamato bastone... sintomo questo, ci ha spiegato, di un diffuso malcontento nei confronti del parroco che era da poco stato “inflitto” alla parrocchia, assente e a quanto pare molto poco partecipe dell’attività del paese. Abbiamo pranzato con un panino, come quasi tutti i nostri pranzi, e siamo ripartiti. La Cassia alle due di un pomeriggio di sole d’agosto non è consigliabile a nessuno, tantomeno a piedi. Arrivare a San Quirico d’Orcia è stata dura, e perdipiù dopo il sollievo di una quasi-doccia grazie a una salvifica gomma reperita all’interno del cimitero, siamo rimasti spiazzati dalla notizia che il parroco era a Siena per via del Palio, e che la parrocchia era invasa da un gruppo di ragazzi del nord Italia per via di un gemellaggio tra paesi. Ci siamo arresi quasi subito perchè era davvero impossibile per loro ospitarci in quel frangente, e siamo ricorsi per la prima volta a un affittacamere. San Quirico d’Orcia è veramente un bel paese, il giardino è speciale. E poi si mangia bene.


17 agosto 2007, venerdì

Anche la tappa San Quirico d’Orcia - Radicofani è stata piuttosto faticosa. L’inizio molto bello e tranquillo, siamo partiti che iniziava ad albeggiare e abbiamo raggiunto Vignoni Alto piuttosto presto, splendido borghettino costruito in cima a un colle, e subito dopo Bagno Vignoni con la sua tipica piazza bagnata, costituita cioè da una vasca con acqua termale.
Arrivare fino al greto del fiume Paglia è stato più lungo del previsto, e tra l’altro ci sono arrivato prima di Monica e Gelsina perchè a un certo punto loro hanno allentato il passo e io ho sentito il bisogno di andare al mio ritmo. Il pranzo sul fiume con tanto di bagnetto è stato niente male, malgrado iniziassero a imperversare le nuvole.
La parte successiva, quella finale, sembrava non finire mai. A poca distanza dal centro di Radicofani mi sono fermato a chiedere un po’ d’acqua in una casa, e a fare due chiacchiere col proprietario. Poi l’arrivo, con la soddisfazione delle mie compagne che erano arrivate alla loro destinazione ultima.
L’accoglienza di Radicofani è particolare, perchè oltre a trattarsi di un paese parecchio bello e particolare, per i pellegrini ha il pregio di essere “corredato” di uno spedale per pellegrini gestito dalla Confraternita di San Jacopo. L’attività della Confraternita per quello che ho visto è molto genuina e intensa, meritevole di essere sostenuta e ascoltata, come anche tante persone religiose e non nelle quali abbiamo trovato disponibilità e compagnia durante il cammino.
Nello spedale c’erano anche altri due pellegrini, e a tarda sera è arrivato anche un gruppo di ragazzi che faceva il cammino al contrario, verso Santiago.


18 agosto 2007, sabato

La mattina, dopo aver salutato Monica e Gelsina sono partito coi due pellegrini conosciuti nello spedale, e abbiamo camminato insieme fino a un bar di Ponte a Rigo, località in cui ci si torna a immettere sulla Cassia. Loro sono rimasti lì per una sosta più lunga, io sono ripartito verso Acquapendente. L’intenzione era quella di arrivare fin lì ma poi, vuoi perchè ero da solo e camminavo veloce, vuoi perchè Acquapendente non mi ispirava granché, ho optato per Bolsena. Acquapendente in realtà è molto carina, e ho trovato ottima gente. Una signora mi ha aperto le porte di casa sua per darmi da bere, è stata molto gentile, e io la vera acqua di Acquapendente la volevo provare!
Sono ripartito per Bolsena abbastanza incosciente riguardo 45 km che avrei raggiunto come intera tappa, attraversando immensi campi di girasole, scoprendo nuove cose sui sistemi di irrigazione e sulle strategie adottate nel Viterbese per rifornire di acqua le coltivazioni. I campi quindi erano ricchi di acqua e non ho sofferto la sete, in più ho fatto, come già altre volte, merenda con le more.
La parte finale della tappa è stata piuttosto impegnativa, San Lorenzo Nuovo e l’ingresso al bacino del lago di Bolsena non arrivavano mai. La ricompensa però è stata buona, la visuale dell’acqua appena scollinato è stata meravigliosa.
Anche l’arrivo a Bolsena, da lì, è stato piuttosto lungo, complice sicuramente la stanchezza, ma alla fine ce l’ho fatta. Ricordo tra l’altro di aver fatto tanta strada in più per trovare l’ex convento dove sarei andato a dormire. Era molto tardi, le 19 passate, e l’ex convento in questione non mi è sembrato molto accogliente. A parte il fatto che si trattava di un ostello non dedicato al pellegrinaggio quindi molto più impersonale degli altri, era semivuoto e anche il personale l’ho soltanto intravisto. Soltanto la sera dopo esser sceso in centro per cenare ho sentito dalla mia camera una tavolata di gente che parlava, ma ero stanco morto e sono andato a letto.


19 agosto 2007, domenica

Mi sono svegliato indeciso sul da farsi, non vedere Bolsena sarebbe stato uno spreco enorme, di fare troppi km non avevo voglia e il giorno prima arrivando avevo sentito correr voce di una festa di paese. La voce purtroppo è stata subito smentita, mi ero già immaginato di offrirmi come cameriere in cambio di un pranzo, invece nulla.
Ho deciso che avrei fatto un giro in centro, ho visitato quindi il castello e le vie principali e poi sono partito lungo il lago alla volta di Montefiascone, supportato dai discorsi di un signore incontrato il giorno prima a San Lorenzo Nuovo che mi parlava della fama del vino di quel paese, e anche dalla mia guida che indicava il prete di Montefiascone come “amico dei pellegrini”.
Poco più di 15 km, una tappa brevissima, quasi tutta lungo il lago che ho trovato bellissimo, sia per la vista che per il modo molto pacato dei turisti, bagnanti, di vivere le rive e il discorso balneazione. Al mio arrivo alla chiesa indicata nella guida, poco fuori il paese, non mi rispondeva nessuno e sono stato un’oretta fuori ad aspettare seduto sui gradini. Quando si è aperta la porta mi si è presentato un prete un po’ assonnato, vittima presumibilmente di una indicatissima pennichella estiva pomeridiana, che mi ha dato le chiavi dell’asilo e il registro da firmare, ha messo il timbro sulla mia credenziale (o meglio, il famoso fax Fibbiana - San Gimignano) e mi ha salutato. Una volta nell’asilo ho fatto una doccia ghiaccia, non per gusto ma perchè l’acqua calda latitava, e ho dormito un po’. Nello svegliarmi sono stato preso da un po’ di abbattimento, forse per la solitudine del cammino unita alla poca accoglienza degli ultimi due giorni.
Poi sono partito per fare un giro su in paese, visitare la chiesa di San Flaviano in cui pare sia custodita la salma di quel nobile tedesco che percorrendo la Francigena morì in sosta a Montefiascone dopo una colossale sbornia di vino bianco del posto. Vino che si chiama Est! Est! Est! proprio per la vicenda di quel nobile che prima di intraprendere il viaggio, mandò in avanscoperta un suo suddito con la richiesta di segnalare su una cartina dove trovasse i migliori posti per dormire, per mangiare e soprattutto per bere buon vino. E li ce n’era..
Sfortuna ha voluto che proprio in cima al paese uno dei miei sandali desse forfait, costringendomi alla affannosa ricerca di un chiodo e un martello con i quali rabberciare una soluzione minimamente plausibile per poter almeno tornare dal prete che mi ospitava. Con l’aiuto di una donna piuttosto in gamba ci sono riuscito, sfilando dal muro uno degli innumerevoli chiodi con cui in quella porzione di parete esterna si appendevano i manifesti di non ricordo quale associazione o partito.
Tornato dal prete ho avuto la piacevole sorpresa di trovarlo molto più sveglio e soprattutto più gioviale del nostro primo incontro nel primo pomeriggio. Abbiamo cenato insieme, spaghetti al pesto, friselle col pomodoro, tutto ottimo. Per un paio d’ore abbiamo accompagnato le nostre dissertazioni sulla via Francigena e sui pellegrinaggi con il vino rosso, o forse accompagnato il vino rosso con le dissertazioni, fatto sta che ho passato un’ottima serata in compagnia e ho trovato don Giuseppe molto cordiale, spontaneo e ben presente nelle vicende della via Francigena, oltre che piuttosto infervorato sul tema. Una delle sensazioni più di sollievo dell’intero percorso.


20 agosto 2007, lunedì

Anche il cammino verso Viterbo è stato piuttosto breve, ma costellato di imprevisti. Primo tra tutti la pioggerella, il cielo nero, poi il peggior sbaglio di strada che ho commesso in tutto il cammino. Mi ha costretto a camminare lungo la Cassia per un bel tratto, e mi sono perso una buona porzione di campagna, il basolato romano, il bagno termale e i resti archeologici, non male.
Come se ciò non bastasse, nell’ultimo tratto di strada prima di entrare in città, ho avuto una piccola disavventura con dei cani, per fortuna finita bene. In un tratto rettilineo della Cassia, antica strada a due corsie piuttosto stretta, mi sono ritrovato con due pastori maremmani che, sebbene dall’altra parte della carreggiata, sono sbucati dal terreno di pascolo sottostante, saltando agilmente l’inutilissima recinzione. Dalla mia parte invece accanto al ciglio della strada c’era l’impenetrabile recinzione di un lunghissimo campo di girasoli. In pratica nonostante i cani non riuscissero ad attraversare per via dell’intenso traffico, me li vedevo abbaiare e ringhiare a poco più di 2, 3 metri da me. Ho accennato un dietro front ma il campo di girasoli non finiva mai e se non correvo il rischio di percorrere il rettilineo incurante dei cani dovevo allungare di diversi km il cammino. Cercando di mettere da parte il pensiero fisso sulla sfiga, che mi pronosticava una improvvisa diminuzione del traffico non appena avessi iniziato il tratto a rischio, mi sono buttato nell’impresa. Impietrito dall’abbaiare dei cani ho tirato dritto senza fiatare e senza voltarmi, e alla fine hanno desistito e sono arrivato a destinazione, nel punto in cui dall’altra parte della strada il campo di loro competenza finiva.
A Viterbo invece l’accoglienza è stata piuttosto umana. Nel quartiere di Santa Barbara, fuori dal centro storico, c’è una grandissima struttura di proprietà della parrocchia. Il prete, discreto buongustaio e cuoco a giudicare dalle dimensioni cucina, era assente per una vacanza in Val d’Aosta e mi ha accolto don Emanuele, giovanissimo vice parroco. Abbiamo pranzato insieme e poi mi ha accompagnato in centro in auto, lasciandomi le chiavi della palestra per andarci a dormire, dato che lui poi tirava dritto per il paese dei suoi. Originario di un paesino sulle rive del lago di Bolsena, seminario frequentato a Viterbo, conosceva benissimo la storia, la struttura, le tradizioni, e anche gli abitanti della città. Una visita breve ma molto bella della quale gli sarò sempre molto grato, con tanto di notizie sulla vita di Santa Rosa e sulla tradizione della macchina dedicata alla santa, struttura alta quasi 30 metri forma di totem, torre, che viene portata a spalla da 100 facchini selezionati duramente, che viene trasportata per il paese il 3 settembre di ogni anno con un tragitto che dopo aver attraversato le piazze principali termina nella salita che porta alla chiesa della santa, da percorrersi addirittura di corsa.
Oltre a questa visita, una volta accertato che ero (sono..) una persona affidabile mi ha lasciato anche le chiavi della cucina e il permesso di utilizzarla per la cena. Don Emanuele ha tutta l’aria di uno che farà grandi cose.
Tornato alla parrocchia in autobus ho trovato una sorpresa sulla porta, due ragazzi stremati che suonavano invano il campanello. Abbiamo parlato, mi hanno detto di essere anche loro pellegrini e di aver fatto 50 km quel giorno. Ho provato a chiamare don Emanuele sul cellulare ma senza risultato, quindi mi sono preso la responsabilità di farli entrare. Li ho portati giù in palestra e mentre si riprendevano e sistemavano sono andato su a preparare la cena con le cose che avevo io e le cose che avevano loro, tra cui una bottiglia di Est! Est! Est! che avevo appena comprato e un’altra bottiglia di vino che avevano loro. La cosa è andata a finire con una mezza sbornia di conoscenza (prevedibilissimo) e un ottima padellata di penne col sugo di funghi che aveva con sé uno di loro. Peter, tedesco, più o meno la mia età e i miei ritmi, e Roman, Repubblica Ceca. Roman aveva già fatto non so quante volte il cammino di Santiago, era partito l’anno precedente per Gerusalemme ma si era dovuto fermare causa la guerra libano-israeliana. In quanto alla Francigena era partito da Canterbury e aveva una media di circa 50 km al giorno. Gambe lunghe, anche lui, nord.
Ho messo loro anche il timbro sulla credenziale, e la riflessione è stata buffa: il prete aveva lasciato la gestione al vice prete, il vice prete Emanuele ha lasciato la gestione a me, che a mia volta ho sub-ospitato altri due pellegrini.


21 agosto 2007, martedì

La nona giornata di viaggio è stata forse la più tranquilla, dopo tante peripezie e fatiche. Ho parlato molto con Peter (Roman e il suo passo svelto ci hanno seminato appena fuori Viterbo), mi ha raccontato della vicenda di sua madre che ha accusato una forte emozione dopo aver scoperto le sue vere origini e i suoi veri genitori, dopo di che è andata a vivere in un’altra casa e nessuno sa cosa fare per farla tornare in sé. Peter faceva questo cammino come fioretto, nella speranza potesse contribuire alla causa del rinsavimento della mamma. Tra l’altro parlando ho scoperto che aveva visto il Palio insieme al prete di San Quirico d’Orcia, proprio mentre noi non lo trovavamo e dovevamo ricorrere all’affittacamere. Mi ha assicurato che a lui è costata fatica convincere il prete a dargli ospitalità, e che ha accettato solo perchè non restasse da solo.
La sorpresa della giornata è arrivata poco prima del paese in cui avevamo preventivato di dormire, Capranica. Avevamo anche già avvisato il prete per telefono, e ci aveva dato il consenso. Lungo la strada sterrata, in una zona di villette appartate in mezzo alle immense coltivazioni di nocciole della zona, ci siamo sentiti chiamare da dietro, e abbiamo visto un tipo con una maglia gialla correrci appresso con un passeggino, immagine stranissima a vedersi. Ci ha raggiunto, lo abbiamo aspettato, e ha chiesto di camminare un po’ con noi. Aveva il suo bambino con sé, nel passeggino, e dopo averci chiesto dove saremmo andati a dormire, ci ha invitati a dormire a casa sua con la famiglia. Matteo, questo il suo nome, aveva fatto il cammino di Santiago nel 2004 e ne era rimasto affascinato, e sapendo di trovarsi proprio sulla Francigena voleva conoscere qualche pellegrino e parlarci un po’. Era lì a Capranica in villeggiatura nella casa della nonna, originaria di lì, ma la loro vita era a Roma e il suo impiego era al Ministero, non ricordo quale. Lì per lì siamo rimasti un po’ titubanti, perchè nella solitudine di quei posti e con le notizie di sette sataniche, pratiche occulte e maniaci che tutti sentiamo via via dai giornali, fidarsi così su due piedi non è semplicissimo. Ci aveva un po’ insospettito entrambi, senza che avessimo neanche avuto modo di parlarne tra di noi, il fatto di esserci corso dietro col passeggino. Poteva benissimo sembrare un espediente per destare meno sospetto, il fatto di presentarsi con un bambino piccolo.
Invece poi è andato tutto bene, o quasi. A casa sua abbiamo conosciuto innanzitutto suo padre, che non è parso molto contento di vedere suo figlio portare in casa degli estranei, così, senza avvisare. Poi sua nonna, altrettanto contrariata e un po’ burbera. Poi, ciliegina sulla torta, è tornata dal lavoro la moglie di Matteo, e si arrabbiata quasi subito in virtù del fatto che dopo una giornata di lavoro non si aspettava esattamente che suo marito le lasciasse il bambino per dedicarsi alla conversazione con due pellegrini appena accalappiati per strada. Tommaso tra l’altro era un po’ influenzato, poverino. Ci siamo sistemati e abbiamo cenato con Matteo e la moglie, abbiamo anche preparato la pizza insieme ma l’atmosfera non accennava a migliorare.


22 agosto 2007, mercoledì

Al mattino siamo partiti presto, coi saluti di Matteo e della moglie, e nonostante fossimo estremamente grati per tutto, la partenza è stato un po’ un mezzo sollievo. Tanto che quando, dopo neanche 200 metri, mi sono accorto di aver lasciato il mio cappellino da viaggio nella casa, abbiamo deliberato con una grassa risata italo-tedesca che era molto meglio lasciarlo lì.
La camminata nelle ore successive è stata piuttosto variegata. A Capranica siamo stati dal prete a prendere il timbro e a scusarci di persona del mancato pernottamento, anche se l’avevamo già avvisato il giorno prima per telefono, e comunque avevamo la “raccomandazione” del cognome di famiglia di Matteo.
Poi abbiamo attraversato tanti paesaggi diversi, tra i quali il più brutto, ma a quanto pare inevitabile, quello della Cassia bis, 4 corsie di asfalto a rendere quell’idea di non-luogo tipico di certe strade molto poco paesaggistiche, molto slegate al contesto su cui sono state spalmate a forza.
Arrivati a destinazione, a Campagnano di Roma, abbiamo avuto la sorpresa di una struttura di accoglienza molto grande e molto curata, e di una ospitalità molto calorosa da parte di don Renzo e delle persone che ci hanno portato la cena. La struttura è nata in occasione della ricorrenza del giubileo del 2000, data la prevista e risultata grande partecipazione di fedeli sulla Francigena in quell’anno, soprattutto nel tratto finale del cammino.
C’erano anche altri pellegrini, della nostra età su per giù, e abbiamo cenato insieme nel salone, dove ci sono stati portati diversi vassoi di formaggi, verdure e altre cose. Infinitamente grati, nessuno si aspettava una cosa del genere.
Sorpresa nella sorpresa, appena arrivati una delle pellegrine appena conosciute si era affacciata al nostro dormitorio e dicendo che fuori c’era qualcuno che cercava Matteo, cioè me. Completamente spaesato nel cercare di capire chi potesse essere, sono uscito fuori insieme a Peter e abbiamo trovato il bellissimo quadretto della famiglia di Matteo al completo, con moglie e figlio, che uscivano di macchina e ci venivano incontro. Scopo della visita era riportarmi il cappello (!!), ma suppongo anche il venirci a trovare con un clima interno molto più sereno, anche per rassicurarci di non aver creato disturbo. Il bambino stava bene tra l’altro, niente più febbre né tosse.


23 agosto 2007, giovedì

La giornata conclusiva del pellegrinaggio ha avuto un protagonista d’eccezione: il cane. Arrivati circa a metà tappa in fondo a una discesa su una strada di campagna stretta in mezzo a ville e giardini di ville recintati, abbiamo visto in lontananza un cane bianco. Quasi subito dopo la preoccupazione iniziale, abbiamo notato il cane venirci incontro piano piano scodinzolando, e abbiamo intuito il suo venire in pace.
Ha preso a camminare con noi, e ci ha accompagnato per diversi km. Questo fatto, insieme con la sua cordialità, e insieme anche a una circostanza particolare, quando cioè in mezzo a una prateria è corso ad allontanarci il pericolo di un gruppetto di giovani cinghiali che ci venivano incontro, ci ha convinto che si trattasse della reincarnazione di San Pietro, che sentiva suo il compito di accompagnarci verso la città eterna. Arrivati a Formello invece si è perso dietro a una sua consimile. Ne abbiamo dedotto che il suo compito evidentemente finiva lì. E anche che non si trattava di San Pietro.
A La Storta ci siamo fermati per mangiare, e poi siamo ripartiti verso Roma, nell’ultimo tratto che è sicuramente il più brutto in assoluto, periferia della grande città, anche piuttosto sporca. E’ stato bello invece intravedere il panorama di Roma dall’alto scendendo da Monte Mario, e anche infilarsi tra la gente che iniziava a essere molta, mano a mano che ci si avvicinava a piazza San Pietro.
Arrivati davanti alla cattedrale ci siamo riposati un po’, e siamo andati all’Opera Romana Pellegrinaggi per ritirare il sacrosanto certificato che attestasse il nostro pellegrinaggio. Anche se il più certificato più bello e vero, non ci sarebbe neanche bisogno di dirlo, resta come sempre l’amicizia nata camminando e la memoria indelebile di quei giorni.
Ci siamo salutati e siamo ripartiti ognuno per la propria strada, io non avevo nessuna voglia di stare in città dopo undici giorni di campagne e silenzio, allora ho preso il treno e sono tornato a casa. In due ore e mezzo!


Contributions | Contacts
© Immacolata Coraggio - www.pontidiluce.org - info@pontidiluce.org*

www.google.com

Associazione Ponti di Luce
retour
avanti