un divano sulla spianata oltre la croce. nella luce rossa del mattino.
il fumo bianco delle ciminiere che annunciano Burgos, bassa nella piana sotto di noi. io credevo di vedere le torri della cattedrale.
metro di burgos, anche qui lo distribuiscono gratis. ne prendo una copia, dopo tutti questi giorni passati senza sapere cosa succede nel mondo. ma alla fine sono troppo pigra per leggerlo. lo tengo nello zaino. lo userò per metterlo negli scarponi bagnati. per farli asciugare meglio.
salutarsi sotto la statua del cid. poi ognuno per la sua strada. non rimane altro che queste tre ore di passi condivisi.
quelli che alla periferia di burgos prendono un bus per entrare in città.
la polvere che solleva un camion che ci passa accanto, tra mucchi di sabbia nella prima periferia di burgos.
io seduta con h. nei giardini davanti alla cattedrale. il turista che mi chiede se può farci una foto. siamo strani come animaletti allo zoo.
la donna vestita di nero in mezzo ai marmi bianchi della cattedrale. seduta sui gradini chiede l'elemosina. le lascio i 20 centesimi che ho trovato per terra pochi minuti fa. dice: buen camino, guapa.
quelli che cercano il loro bordon dentro mucchi di legna appena tagliata. il profumo che c'e, su quello spiazzo, nella luce del mattino.
quando la strada verso santiago andrebbe dritta. ma in mezzo ci sono svicoli di un'autostrada. il giro che bisogna fare. il cartello che dice: pelegrino, perdona este rodeo.
come e bello mettere i piedi su uno sterrato piano, senza sassi, dopo tutti i ciottoli malmessi.
la bellezza di un supermercato grande, dopo tutte le tiende di questi puebli.
le mesetas. ho voglia di attraversarle. passo dopo passo. di farle mie. nella loro noia. nella loro piatezza. ho voglia di starci dentro. masticarle lente.
il primo pomeriggio nelle mesetas. sole che picchia e niente attorno. si cammina nel sole. verso il nulla. accanto al nulla.
l'uomo con i capelli corti che ha un asciugacapelli nello zaino.
franck che arriva a piedi da Costanza. gira con una chitarra. cammina da settembre.
l'alcade di Hontanas. vuole il duomo di colonia. in cambio da la chiesa di Hontanas.
un raggio di sole tra le nuvole. sembra la luce di un occhio di bue su palco.
seduta nel vento guardo la piana. un paese lontano e campi coltivati. strade bianche tagliano il paesaggio.
gocce d'acqua di un impianto di irrigazione mi sfiorano leggere.
il prete francese che dice messa in spagnolo. forse un piccione dentro la chiesa.
seduta sul prato. specchi appese ai rami di un albero. i loro riflessi giocano nel verde attorno a me.
birra e gazzosa sotto un ombrellone. ed e il paradiso.
al voglia di lavatrice. t. e io cosi felici per i nostri pile profumati. continuiamo ad annusarli.
il pullman arrugginito con dentro balle di fieno.
il picnic nel parco di burgos. gente che corre. sole al tramonto, tra gli alberi. noi chiacchieriamo di africa. e di oceano.
la prima volta sveglia alle 5.15. alle 5.30 sto allacciando i miei scarponi in mezzo alla strada, nella luce di un lampione che illumina la notte.
la non-alba, coperta da nuvoloni.
le stelle in cielo, quando mi alzo.
un calzino da sera perso da qualche parte.
lelle, italiano. gira con 4 cipolle nello zaino. il mio pezzo di formaggio di capra dentro un sacchetto.
un vecchio con una bottiglia di vino sotto braccio esce da una cantina. mi dice: dopodomani piove.
io con le flip-flop in mezzo all'erba alta per vedere il tramonto sopra il paese.
hontanas che non si vede mai, nascosto in una buca di questa piana infinita. il cartello che indica 0.5 km per arrivarci sembra un miraggio, nel caldo del pomeriggio.
il rumore del vento dentro i pioppi.
l'unico albero a meta di una salita. ombra nel pomeriggio spagnolo. due francesi seduti sotto i rami mi chiedono cosa ne penso del dolore nella concezione cristiana. aiuto.
io che dopo tre giorni che per me sono stati impegnativi finalmente arrivo a sera senza essere distrutta. bella la sensazione di giusta stanchezza.
n. cosi felice di vedermi mi sveglia dalla mia pennica. uffa.
un reggiseno in un sacchetto gira di zaino in zaino in cerca della legittima proprietaria.
pane burro e zucchero alle 7 del mattino, dopo 9 km. gia camminati.
gli ospitaleri italiani di s. nicola. per noi che arriviamo al mattino caffè della moka, per i pellegrini che si fermano a dormire lavanda dei piedi e pasta al dente.
quelli che a burgos prendono il bus per passare le mesetas.
passare sotto l'arco di s. anton. ancora una volta, come davanti alla cattedrale di burgos, penso a come deve essere stato per i pellegrini medioevali. al loro stupore davanti a queste grandezze.
n. cammina a passo di valzer nel cammino.
la signora della tienda. bigodini rosa e blu sulla testa.
il sogno di stanotte. io che torno a milano e mi rendo conto che mi sono dimenticata di andare fino a finisterre. dicono gli altri: forse e meglio se ti scrivi un post-it.
a spasso per il paese. sabato sera sul trattore. balle di fieno e cane nero che ci segue.
camminare nel mattino lungo il canale. ed e come i miei giri lungo la martesana. quando santiago era solo sogno. speranza. desiderio.
il sole dietro le nuvole alla fine di un temporale. la scia di un aereo che ne esce.
il besito all'hospitalero hugo. cosi ospitale.
tutte le lumache con la casetta che sono uscite con la pioggia. guardiamo dove mettiamo i piedi. attenti a non calpestarle.
il museo del formaggio.
tim che vuole una bandiere dell'europa da appendere allo zaino.
n. conta quanti passi si fanno in un km.: sono 1175.
il lampo troppo vicino. il tuono troppo forte. io e b. ci fermiamo per un attimo. riprendiamo fiato. ok. tutto a posto.
camminiamo sotto l'acqua di un temporale che inizia.
la domanda: quanti km abbiamo camminato nell'acqua. tim dice: troppi. sono 13. davvero troppi. bagnati fino alle mutande.
io che le mesetas me le ricordavo diverse. avevo dentro gli occhi le mesetas di fine luglio. avevo dentro gli occhi il rosse della terra arida. il giallo dei campi di grano ormai bruciati dal sole. il cielo alto. azzurro. terso. mi immaginavo di attraversarle piano, sul sentiero sterrato accanto alla striscia di asfalto. immaginavo passi lentissimi dentro una calma implacabile , densa, faticosa.
invece sono verdi. piene di grano che sta ancora crescendo. camminiamo in fila indiana sulla carrettera, per evitare fango e pozzanghere. sopra di noi un cielo basso, grigio di pioggia. camminiamo dans une pluie incessante.
voglio solo arrivare. ho voglia di caldo. di un asciugamano pulito, di togliermi di dosso questi vestiti che grondano acqua. ho voglia di doccia bollente. di sacco a pelo e coperte. ogni tanto mi giro a cercare con gli occhi t. e n. so che ci sono. che sono da qualche parte dietro di me. ho bisogno di vederli. ho bisogno di sapere che non sono sola.
li lascio indietro. ho passi lunghi addosso, dentro le gambe. 6 km/h.
come mi fanno rabbia le macchine che sfrecciano veloci. l'acqua che sollevano bagna le nostre gambe gia bagnate.
bagnata di qs. acqua penso ai milioni di uomini nel mondo che accoglierebbero questa pioggia come una benedizione salvifica. ho dentro gli occhi le immagini delle loro mani protese verso il cielo.
i miei scarponi fradici. e come camminare con due paludi attaccate ai piedi.
cambiarsi in un bar. alla tv motogp. molta gente beve in piedi.
un caffè troppo lungo. ma va bene cosi. basta che sia caldo.
i pali elettrici all'orizzonte. allora deve esserci qualcosa qui intorno. un paese. gente. vita. un albergue. non solo campi. cieli. strade.
la prossima meta. non e finisterre. non e santiago. non e domani. e solo il prossimo albero di questa pianura. sembra essere abbastanza lontano.
a seconda delle guide mancano 393 o 402 km a santiago. a meta, più o meno.
i 17 km di nulla da carrion a calzadilla. la tendenza che hanno i nomi dei paesi di qui. tutti diminutivi. la guida dice: come se volessero sottolineare la piccolezza dell'uomo in queste immensità.
il cielo di nuvole. basso sopra di noi. pesa sull'orizzonte. sulle nostre teste. su ognuno di noi. su ognuno dei nostri passi. anche se le distanze in cui ci muoviamo lenti sono infinite.
cosi.
con molta vita.
con molto bene.
vi abbraccio tutti