di Patrizia Tocco
Mi sveglio prestissimo, alba ancora senza luci, e sento subito, prima ancora di alzarmi, il dolore che da giorni e giorni mi accompagna, un pulsare sordo e continuo all'interno della caviglia destra. E' da giorni ormai che non mi abbandona, in certi momenti è una frustata violenta, mi toglie il fiato e mi viene voglia di lasciarmi andare per terra. Poi, continuando a camminare, un pochino passa. Mi ripeto che non è niente, camminando diminuisce, me lo ripeto ma non è proprio così e lo so bene che ho fatto qualche danno al tendine ma ormai.... Poggiare il piede per terra è una sofferenza enorme, probabilmente la tendinite è iniziata proprio per colpa del tallone destro, tallonite, infiammazione cronica del tallone. Ma oggi è una sofferenza enorme, mi sembra peggio del solito. Oggi arrivo a Santiago, non posso fermarmi ora, non posso. Mi faccio forza, mi alzo, mi preparo e via, con passo vergognosamente lento. Non seguo il cammino sulla destra all'interno dei campi, seguo al carrettera sino all'uscita da Arca o'pino, sino all'incrocio con il sentiero sulla sinistra. Vado piano piano, il dolore è continuo ma più lieve. E' il giorno dell'arrivo e vorrei concentrarmi un pò di più ma il mio stesso zoppicare mi distrae continuamente, sento addosso tutti i 40 giorni passati a camminare, sali, scendi, risali, riscendi, 40 giorni inseguendo il mio io lungo la costa, un pò di spiaggia, un pò di campagna, scogliere, boschi. Mi viene quasi da piangere. Vado, sempre lentissima, ma vado avanti, arrivo a Labacolla e mi ripeto per rincuorarmi che oramai è fatta, manca poco.
Ma quanto è dura oggi, quanto mi sembra difficile. Mi sento come se una forza enorme cercasse di fermarmi lì, come se qualche potente vento mi respingesse e cercasse di impedirmi l'arrivo. Devo andare, manca poco. Con mille e una sosta arrivo al Monte de Gozo, sotto quel brutto monumento creato per la Giornata mondiale della Gioventu. Mi siedo sul muretto che circonda la chiesetta. Basta, è la fine. E' vergognoso arrivare a Santiago con un mezzo ma il mio corpo si rifiuta di andare avanti. Non riesco più nemmeno a fare un passo, mezzo passo. Il dolore è lancinante. Eppure manca poco. Piango, prima una timida lacrima, poi due, poi un ruscelletto scende dagli occhi e non riesco più a calmarmi. Tolgo la scarpa e la fasciatura che da giorni tolgo a intervalli regolari solamente per spalmare Voltaren. Provo a mettere nuovamente la pomata e la fascia elastica ben stretta. Poggio i piedi per terra, (non mi sono tolta nemmeno lo zaino!) per provare a camminare ma la fitta lancinante sotto il tallone si irradia per tutta la gamba. Basta, non riesco a fare quei due km che mancano alla città.
Cavolo, manca poco!!! Riprovo, sto sempre piangendo e non riesco a calmarmi, mi rendo conto che un tizio, l'autista del pulmino di appoggio di un gruppo di ciclisti, si sta avvicinando con sguardo di pena per me, mi domanda che c'è, chiede di cosa avrei bisogno. Non so come dirgli che vorrei solo un pò di forza per terminare il mio cammino e mi rendo conto che sto guardando con bramosia il suo pulmino, già mi ci vedo seduta per arrivare a Santiago. Non posso, non posso proprio fare in macchina gli ultimi km, ma quanto lo vorrei. Provo nuovamente a rimettermi in piedi, con fatica resisto stando però ferma, poi un passo, un altro, altri due, tre, quattro passi lenti e tristi. Non è così che volevo arrivare. Devo farcela, devo, manca poco. Stringendo i denti e con il cuore che lacrima comincio la discesa verso la mèta, un piccolo passo dopo l'altro. I gradini poco prima del ponte di ingresso alla città sono tante frustate alla caviglia, ogni passo in più è un chiodo che penetra. Ma vado avanti. Mai come stavolta mi è sembrato lungo attraversare la città per arrivare alla piazza, all'incontro con il Santo. Man mano che mi avvicino al luogo conosciuto il dolore pare diminuire, è come se arrivasse insospettabile un aiuto. Un passo un passo un passo un passo, guardo in terra e ogni tanto sollevo lo sguardo per rendermi conto delle distanze. Se non guardo fisso davanti mi sembra di fare più strada. Gli ultimi metri prima del portico che immette in piazza Obradoiro li faccio quasi velocemente, come anestetizzata, non sento più niente, nessun dolore ma anche nessuna gioia, nessun sentimento. Esplode tutto quando sono davanti alla cattedrale: pianto liberatorio, pianto di disperazione per il dolore che improvvisamente scoppia nel piede destro, nella caviglia, della coscia, pianto di gioia perchè sono riuscita ad arrivare sulle mie gambe, pianto di delusione perchè è finito tutto, sono arrivata al Santo.
Dopo.......
Non era una semplice tendinite, al rientro a casa il medico mi prende a urla, sono stata incosciente, sono pazza furiosa, che cosa credevo di fare ecc.. C'è il distacco del tendine, la caviglia poco sopra il malleolo è nera, un edema spaventoso mi gonfia tutta la gamba sino a ginocchio. Se poggio un dito rimane un buco per tanto tempo. Però sono arrivata a Santiago con i miei piedi, senza una vescica e con una brutta tendinite che mi sono trascinata poi per mesi e mesi. Ma sono arrivata a Santiago e ne valeva la pena, ne vale sempre la pena. Ci ritornerò.