di Patrizia Tocco
Anche oggi tappa con i fiocchi! Cominciano le mesetas, famose famigerate “mesetas”. Non so cosa mi aspetta e sono in trepida attesa. A casa quando leggevo di questi altopiani mi spaventavo, ora non vedo l’ora di attraversarli per scoprire perché spesso vengono considerate l’emblema del cammino. Tutto facile la mattina presto. I miei cinque amici hanno fatto colazione, mi hanno conservato un po’ del loro caffè e mi spronano a partire velocemente. Dico loro di andare e con calma parto anche io. Chissà dove sono Clare e Pedro? Non c’è traccia di altopiani, il cammino prosegue lungo una sorta di vallata, è facile e non troppo faticoso. Quando arrivo a Tardajos vedo andar via gli italiani, si erano fermati a fare una pausa/colazione. Nel bar dove entro arriva Pedro, alla mia domanda su come sta lui scoppia in un pianto dirotto. Trasecolo! Mi spiega nel suo inglese lento e misto allo spagnolo/portoghese che Clare ha preso un bus per non fare le mesetas. E lui è triste. Che dirgli per consolarlo? Niente, gli faccio una carezza sulla guancia e vale più di mille parole consolatorie. Il ragazzo si deve essere preso una cottarella per la piccola irlandese. Dopo una piccola colazione vado in direzione della mia prima meseta. Si sale, per ora non troppo faticosamente, ed eccolo: altopiano che sembra sterminato ma non lo è. In effetti non c’è niente, campi di cereali, tante pietre e le amiche frecce gialle a dirmi che non posso perdermi. Discendo e poco dopo altra ascensione, sempre abbastanza facile. Questa seconda meseta è più lunga o forse mi pare così per via della fatica che mi sta calando addosso. Mi sorpassa Maria, francese che trovo molto simpatica. Poche parole e mi dice che forse si ferma a San Bol (il rifugio amato da Lucia di Palermo!). Io cammino molto lentamente, sento il caldo e la fatica. Non c’è un albero manco a pagarlo, solo in lontananza si vede un’oasi, sembra un miraggio. Quando arrivo abbastanza vicino scopro che è l’oasi di San Bol ma bisogna deviare per andarci. Ci vado! Che posto strano, aveva ragione Lucia, ha un’aria molto new age. Murales dipinti all’esterno della costruzione, sui muretti che circondano il rifugio vero e proprio. La costruzione è in due parti unite da quella che dovrebbe essere una sorta di cucinotta-soggiorno-andito. A destra di chi entra c’è il locale dormitorio, vedo pochi letti a castello. Sulla sinistra la particolarità di questo piccolo albergue: un locale circolare, con la volta a cupola dipinta di blu con stelle gialle. Lungo tutto il perimetro una panca in muratura e al centro un mobile basso, quasi fosse un altarino. Dovrebbe essere una sorta di “chiesetta”, vista anche la croce esterna in cima alla cupola, ma a me ricorda più un locale dove celebrare riti esoterici o magici. La parete circolare è totalmente dipinta, mi aspetto da un momento all’altro di veder comparire uno sciamano o una specie di guaritore ispirato. Mi ricorda molto, chissà perché, i figli dei fiori e i loro raduni colorati. Attorno al tavolo della cucinina trovo Maria che beve caffè in compagnia dell’hospitalero e di altri due pellegrini di una certa età. Mi fermo mezz’ora, il tempo di riposarmi, bere anch’io un caffè e farmi mettere il sello. Con Maria prendiamo in considerazione l’ipotesi di fermarci per questa notte ma quello che ci scoraggia è la mancanza di acqua all’interno del rifugio: particolarità di San Bol è la sorgente naturale all’esterno della costruzione, nel bel mezzo del boschetto a 20 metri. L’acqua è gelida e scorre con potenza. Forse anche in questo potrebbe vedersi il vero pellegrino, quello che non sente il disagio di lavarsi con acqua veramente fredda e non teme le scomodità. Ma non mi sento così predisposta al sacrificio. Con Maria decidiamo che abbiamo bisogno di acqua calda e, tirati su gli zaini, riprendiamo insieme la strada. Gli ultimi cinque km sono una pena, si fa sentire talmente tanto la fatica e il caldo, non si vede la fine della meseta. Ci facciamo forza l’una con l’altra, parliamo il nostro idioma pellegrino, un misto di inglese elementare, italiano, spagnolo e francese (in certi momenti – sembra incredibile ma è così – non riesco a trovare le parole italiane e le trovo in altre lingue!) ridiamo di tutto e ci sproniamo a vicenda. Calcoliamo che ormai manca poco al paese ma non arriva mai. Improvvisamente eccolo: si apre la meseta e sotto di noi compaiono i tetti, il paese è ai nostri piedi e sembra quasi di caderci dentro, come se a causa di un terremoto si fosse aperta una voragine. Alberto e Giorgio erano di vedetta e ci aspettavano, o meglio aspettavano me ma saltano su felici e gioiscono nel vederci tutt’e due. Corrono avanti e indietro, vanno a dare l’annuncio agli altri che ci vengono incontro. Che è successo? . Al nostro ingresso in paese suonano le campane, è una coincidenza ma sembra fatto apposta, una festa tutta per noi due. Mi spiegano che erano veramente preoccupati perché la meseta, così spoglia senza alberi, è dura.
Purtroppo per noi due non c’è un letto nel rifugio e così l’hospitalera ci porta in una dependance, una specie di aula enorme spoglia e fredda, una parete totalmente occupata da una vetrata, con tanti letti a castello in ferro. Il refujo vero, dove sono sistemati gli altri italiani, è molto antico, bellissimo e appena restaurato. Al primo piano ci sono i letti, bei letti a castello tutti in legno distribuiti in camere da 8. Tutta la costruzione è in pietra a vista, con vetrate interne che fungono da pareti e uniscono i due piani. I bagni sono sia al piano terra che al primo piano, tante belle docce ma bisogna aspettare almeno un’ora perché si riscaldi l’acqua nei boiler. Ne approfitto per fare un giretto in paese. Paese? E io che cercavo uno sportello Bancomat! Quattro case di pietra messe in croce e una bellissima e grande fontana-lavatoio con acqua freschissima dove metto a mollo i piedi e ce li lascio sino a che sento freddo. Non si vede in giro quasi nessuno, la chiesetta è buia e vuota, tante case sono in rovina, non ci sono negozi ma solo un bar che vende anche alimentari e funziona da ristorante ma è così sporco da far passare la voglia di mangiare. Per fortuna non abbiamo il problema di dover fare la spesa perché la cena la prepara l’ospitalera. Riesco a farmi una doccia tiepida ed è già ora di mangiare. Si cena, tutti insieme, in una saletta con un grande camino nel rifugio antico. Dopo mangiato sostiamo nelle panchine sulla strada, sembriamo lucertole che catturano gli ultimi raggi di sole. Forse noi pellegrini siamo gli unici abitanti di tutta Hontanas?
Nel tardo pomeriggio c’è sempre un po’ di malinconia, sarà l’aria, saranno i colori del tramonto, forse siamo noi che viviamo giorni particolari e, con acuita sensibilità, sentiamo vibrazioni che fanno tremare il cuore. Ma a una certa ora sembra quasi salire una sorta di tristezza che però non è proprio tristezza, quello che io chiamo struggimento. Malinconia.
Con Maria ci organizziamo per andare a dormire ma prima porto una pomata antibiotica a uno dei ragazzi che ha una gamba piena di punture di insetti (forse pulci che lo hanno punto nel letto a Burgos?). Mi promette che domani mattina mi porterà il caffè a titolo di consolazione per la mia squallida sistemazione in dependance. Maria ed io ci sistemiamo su due lettini affiancati e dopo tre secondi lei sembra già profondamente addormentata. Io cerco di addormentarmi ma c’è ancora molta luce, le vetrate non hanno tende e così ho il tempo di avere la visione di un pellegrino (che conosco sin dai primi giorni perché spesso ci sorpassiamo a vicenda, lo incontro negli albergues e so essere tedesco), che nel prepararsi per la notte rimane in mutande. Sin qui niente di strano, tutti i pellegrini dormono in mutande perché il pigiama è un peso in più nello zaino, ma il bello di queste mutande è che sono stampate come se fossero un giornale, con gli articoli. E’ come se qualcuno avesse preso un quotidiano e ne avesse ritagliato uno slip! La cosa più buffa è che su una natica gli risulta la scritta “AMORE” a caratteri cubitali. Mi viene da ridere e nel girarmi sul fianco destro incrocio lo sguardo di Maria che sembrava addormentata ma, attenta anche lei a ciò che succede intorno, ha colto il particolare. A questo punto ridiamo come matte senza ritegno. Il pover’uomo in mutande non capisce perché e ride con noi. Anima candida.