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Hontanas-Boadilla del Camino

di Patrizia Tocco
Come promesso ieri, Renzo mi porta il caffè. Sono già in piedi, lavata e vestita, quasi pronta a partire e mi ero scordata del caffè. Lo mando giù con riconoscenza, mi ci voleva una sferzata di energia! Maria è già partita senza che io mi sia accorta di niente, l’uomo dalle mutande “tipografate” dorme alla grande, spunta solo un ciuffetto di capelli ispidi dal sacco a pelo. Vado. Ogni volta che parto dò sempre un’ultimo sguardo al rifugio, un po’ per imprimermelo in mente un po’ per salutarlo, ma stavolta non ne ho proprio voglia, non mi è piaciuta per niente questa sorta di camerone-aula scolastica. Per la prima volta partiamo tutti insieme, anche gli altri vanno pianino, si cammina con il mio ritmo. Dopo qualche Km. passiamo attraverso dei ruderi, ciò che rimane di un vecchio convento, San Anton. E’ molto suggestivo e sembra di vedere i fantasmi gironzolare attraverso ciò che rimane di vecchie e maestose mura. Andiamo avanti sempre tutti insieme sino a Castrojeriz. E’ ancora presto e possiamo permetterci una sosta per fare colazione in un bel bar miracolosamente aperto! Strano, alle otto del mattino un bar aperto? E per giunta tutto pulito, nuovo. Il barista è gentile, sembra nuovo del mestiere e un po’ meravigliato dal vedere pellegrini. Di fianco al bar una bella chiesa, che naturalmente non si può visitare perchè, indovina? Chiusa! Sulla collina che sovrasta il paese si vede ciò che rimane di un castello. Fatta colazione andiamo in giro per il paese cercando un supermercato per fare un po’ di spesa. Gli altri mi hanno detto che l’intenzione è quella di arrivare sino al rifugio italiano di San Nicolas, che dovrebbe però essere chiuso, mangiare qualcosa e poi proseguire. Invece di seguire esattamente le tappe indicate dalla guida (quella prevista per oggi sarebbe troppo lunga) si decide di anticipare la sosta notturna a Boadilla del Camino e fare sei km. in più domani che invece dovrebbe essere tappa molto breve. Sono abituata a stare da sola e mi sembra strano muovermi, a quest’ora, con altre persone ma di buon grado li seguo. Trovo anche il modo di recitare in tranquillità la mia decina quotidiana del rosario. Troviamo il supermercato e uno sportello Bancomat. Prelevo ma per fare la spesa è presto, è ancora chiuso. Meglio, posso stare seduta, giustificata, e sfruttare i momenti morti per riposare! Per un quarto d’ora stiamo in relax sino a che non apre il negozio, poi iniziamo il carosello tra i banconi e gli scaffali. Adoro i supermercati, sono sempre molto curiosa di scovare cose diverse e stranezze alimentari. Normalmente, in qualsiasi città mi trovi, vado sempre a caccia della specialità del posto, quindi anche qui non posso non dare uno sguardo veloce cercando qualcosa di particolare di questa zona. Quale sarà la particolarità? Giriamo nel negozio, riempiamo i carrelli di cui ci siamo forniti, torniamo indietro a rimettere al loro posto l’infinità di cose inutili che fanno solo peso e che non ci servono effettivamente. Facciamo rifornimento di barrette energetiche e succhi di frutta Pascal (particolari succhi vitaminici, con latte, estremamente buoni), polpo in barattolo (ecco la specialità del posto!), patè di non so cosa, tanto pane, formaggio e il solito chorizo, quella buona salsiccia spagnola di cui stiamo quasi facendo indigestione. Il mio zaino ritorna pesantissimo e subito dopo il paese c’è da affrontare la terza meseta! Quando me la trovo davanti mi viene il panico perché è ripidissima. Non ce la farò mai! è il mio primo pensiero. Il secondo è: devo farcela, se tutti la affrontano perché non posso io? Però mi sto guardando intorno per vedere se c’è alternativa. Non c’è, quindi gioco forza comincio la salita. Più che salire, arranco. Ogni tre metri mi devo fermare, faccio due passi e nuova sosta. Mi viene subito la tachicardia e la disperazione. Non posso fermarmi perché non ci faccio proprio niente ferma lì come una deficiente a mezza costa e non posso andare avanti perché non ci riesco. All’improvviso un angelo mi appare: non è una visione o allucinazione, ha le fattezze di un uomo sui 45 anni, piccoletto di statura, più basso di me e perfino un po’ mingherlino, mi pare. Si toglie il suo zaino e lo affida a un altro pellegrino, mi sfila il mio senza badare alle mie proteste e se lo carica sulle spalle, il tutto condito da un monologo in spagnolo di cui capisco poco e niente. Lo vedo andare su, piccolo uomo con mio grande zaino, a passo veloce e deciso mentre io, incredula, continuo l’ascesa con grande fatica nonostante sia senza pesi addosso. Quando arrivo finalmente in cima, trovo tutti che ridono di me, pensavano fossi morta lungo strada. Ridendo come matti mi raccontano di aver visto arrivare un omino con uno zaino UGUALE al mio, talmente uguale che aveva pure la mia bandiera sarda coi quattro mori. La loro meraviglia si è trasformata in perplessità quando hanno visto che di me non c’era traccia e che tale zaino veniva delicatamente deposto ai piedi di una gran croce e l’uomo se ne caricava un altro sulle spalle. A quel punto non capivano se ero bloccata sul sentiero, se stavo male, se avevo abbandonato o chissà che. Poi mi hanno vista spuntare con mezzo metro di lingua in fuori e lo sguardo perso nel vuoto. Me ne hanno dette di tutti i colori. Senza badare a loro ringrazio il mio angelo custode che prima di riprendere il suo cammino mi dice solo di pensare a lui quando sarò a Santiago perché ha bisogno di tante preghiere. Dopo una foto di gruppo e sosta per pochi minuti, gli altri vanno avanti e io lentamente ma rinfrancata comincio l’attraversamento della meseta. Altra breve sosta dopo un’oretta circa, presso una fontana-abbeveratoio dove ritrovo gli amici più un nutrito gruppo di pellegrini con autobus. Poi comincia un lungo tratto noioso sino a quando si arriva alla chiesa-rifugio di San Nicolas del Puente Fitero. Effettivamente il rifugio è chiuso, ma c’è una bella fontana d’acqua fresca (una vecchia fonte a leva, quelle dove bisogna pompare per avere l’acqua. Sembra di essere tornati indietro di decenni e capitati in un vecchio film western) con un gran prato dove decidiamo di fermarci. Tutto intorno al rifugio, in pietra, ci sono piccole siepi di rosmarino ben curate e, a breve distanza, un boschetto di eucalipti. Il posto è molto carino, forse anche la bella giornata aiuta. Mangiamo, facciamo il caffè e dopo brevissimo riposo si riparte. Ma prima di ripartire lascio un biglietto in una fessura del muro, qualcuno lo troverà. Ponte medioevale da attraversare, mi faccio fare una foto prima di essere abbandonata al mio passo lento. Mi viene detto di proseguire sino a Boadilla e di andare al 2° rifugio, quello privato. Sissignore, obbedisco! Lo sterrato è lungo e noioso e vado avanti per inerzia. Ci sono dei momenti, come sempre del resto, in cui mi sembra di non farcela più, ma poi (bastano cinque minuti di sosta) ritornano le forze. Un bel vialetto con alberelli sotto i quali mi fermo in continuazione introduce al paese e proprio all’ingresso un bel boschetto con panchine e tavoli in pietra e legno. Lungo la bassa recinzione dell’area pic-nic un cartello misterioso: “Sorgente a ruota”. Che mai vorrà dire? Ho una sete terribile ma non vedo alcuna sorgente e quel cartello ha un che di inquietante. Di fronte a dove sono seduta c’è un muro di pietre largo tre metri e alto due. Ci giro intorno e trovo una gigantesca ruota fissata al muro, in verticale. Mentre sto lì perplessa cercando di capire mi si avvicina un omino senza età, con un basco in testa, in abito scuro, pieno pienissimo di spillette appuntate sulla giacca. Ride di me e mi mostra come funziona la sorgente: acchiappare la maniglia che sporge dalla ruota e girare velocemente per qualche secondo, come si faceva a inizio secolo per far partire le macchine con la manovella! Mi diverto a girare vorticosamente la ruota e da un tubicino posto sotto esce l’acqua, prima sputacchiata poi a flusso potente. Riempio la mia bottiglietta e faccio fuori mezzo litro di acqua! Già mi sento meglio, gran brutta cosa la sete. Rinfrancata vado avanti, sorpasso il rifugio comunale e arrivo a quello privato, molto bello. Ricorda molto le nostre case campidanesi, con il giardino al centro e i locali intorno. Sulla sinistra di chi entra c’è la zona notte, una costruzione con una parte anteriore adibita a salotti e una più interna dove sono sistemati tanti letti a castello e i bagni. Acqua calda senza risparmio! Attraversando il giardino, al centro del quale, su una collinetta erbosa, c’è un monumento in ferro che rappresenta i pellegrini stanchi, e girando verso destra si arriva invece alla zona accoglienza, sala da pranzo e lavanderia. C’è lavatrice e asciugatrice quindi per oggi lascerò fare ai potenti mezzi messimi a disposizione per la cifra di 6 euro. Mentre la mia biancheria è al lavaggio, ne approfitto per farmi la doccia e poi, seduta sul prato, controllare una strana bolla sulla parte esterna del calcagno sinistro. Non è una di quelle vesciche che tutti i pellegrini hanno (tranne me!) ma deve essere l’effetto provocato da una spina che giorni fa mi si è infilata nel piede (mi ero tolta scarpe e calze e avevo camminato scalza su un prato) e che ricordo di aver deciso di lasciar stare perché non mi dava fastidio. Ora ha creato una bella infezione. Continua a non far male ma ho paura che possa peggiorare quindi decido di forarla, cercare di togliere la spina e disinfettare. Riesco a far uscire tutto il pus e inietto un po’ di Betadine all’interno della bolla: brucia da morire! Cerotto e via. Vedremo nei prossimi giorni come va. Di fianco a me Maria, bicchiere di birra a lato, cura le sue innumerevoli immense ampollas, i suoi piedi sono tutta una vescica tanto che tra me e me mi domando come fa ad andare avanti. Come se mi avesse sentito, con un gran sorriso mi dice che anche questo fa parte del cammino. E’ già ora di cena. Oggi è il compleanno di Riccardo, 53 anni. Compro dall’hospitalero una piccolissima tortina, un muffin di 5 centimetri di diametro (questo offre la casa), mi faccio dare una candelina (usata) e sistemo tutto davanti al piatto di Riccardo. E’ da ridere quando spegne quella minuscola misera candelina che ho pensato di mettere lì per affetto. Non se lo aspettava e forse un pochino si emoziona, chissà? Osservo in silenzio la sala da pranzo e considero che è bello vedere intorno i visi dei pellegrini che giorno dopo giorno incontro, sempre gli stessi a cui si aggiungono ogni tanto volti nuovi che perdi per strada. Ma per ogni pellegrino che perdi ne acquisti uno nuovo e così via. Ci sono dei giorni in cui per strada non trovi mai nessuno e poi pian piano a sera tutti arrivano, ci sono dei giorni invece in cui cammini sempre con qualcuno, ti si affiancano, ti superano e subito dopo arriva qualcun altro. Giorgio e Claudio si litigano il minestrone, quei due ogni tanto si punzecchiano mentre noi come al solito assistiamo e osserviamo in silenzio. In un altro tavolino vicino si sono sistemati Josè, Pedro e Maria e in un altro ancora, con la coppia anzianotta di francesi, si siedono le due ungheresi. Ogni volta che le vedo devo lottare contro l’istintiva antipatia che provo per loro anche se a volte mi fanno un po’ pena. Non riesco, purtroppo, a essere in armonia con loro, anche se cerco di non dimostrarlo, le trovo invadenti e leggermente scroccone. Non è giusto e forse non è cristiano, mi sento stupida quando penso così ma è umano e normale che si possa non sentire simpatia per tutti. In certi momenti più che stupida mi sento cattiva e non vorrei essere così, non è da me esserlo, mi ripeto che non è questo lo spirito del cammino ma davvero, nonostante ci metta tutta la buona volontà, le due non mi piacciono affatto. Per contrastare i miei cattivi sentimenti, dopo cena mi siedo nel prato con loro e dato che non possiamo comunicare verbalmente perché non parlano alcuna lingua tranne che l’ungherese, ci massaggiamo a vicenda i piedi. Non deve vincere la mia cattiveria! Dopo un’oretta così loro vanno via (dormono al rifugio comunale) e io vado a letto. Anche oggi è passata, domani è un altro giorno e chissà cosa mi riserva il cammino? Preghiera della notte lasciata a mezzo perché il sonno è più forte della volontà.


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