Home / Storie di cammini / Patrizia Tocco

Larrasoana-Pamplona-Cisur Menor, I° cammino II tappa


di Patrizia Tocco
Sei del mattino: il risveglio è rinascere a nuova vita, con l’entusiasmo per un’altra giornata di novità. Non sento la fatica dei due giorni precedenti, le gambe non danno segni di indurimento, i piedi sono a posto, la mente è come una nuova pagina del quaderno: libera e pronta per altri pensieri da scrivere. Parto alle sette, più veloce della luce, senza fare colazione. Sta sorgendo il sole ed il sentiero è tutto in salita. Forse ho parlato troppo presto: sono già stanca, lo zaino mi sta uccidendo le spalle e la schiena. E’ un continuo saliscendi, con sentieri che costeggiano, dall’alto, un fiume – il rio Arga. In certi punti il sentiero è veramente stretto e ripido. Non trovo un negozio o un bar per prendere qualcosa e mi devo accontentare di acqua e della frutta secca che ho portato da casa. Il mio regno per un caffè! Vicino a una fontana in mezzo al verde mi fermo per riposare un po’ i piedi e per riempire le bottigliette. Sono passati in tanti e tutti sorridono e fanno un cenno di saluto, Hola!, anche se non sono spagnoli. Imparerò anche io a dire “Hola!” con la stessa naturalezza? Sì, faccio parte anche io di questo mondo pellegrino in terra di Spagna. Mentre sono seduta su un muretto di fronte alla fontana, cercando di sistemare bene le calze, una signora francese che fa il cammino con il marito (presumo sia il marito), mi si avvicina e mi fa vedere che le calze vanno girate al rovescio in modo che le cuciture, per quanto piatte, rimangano all’esterno e non premano sulle dita dei piedi. Miracolo! Il mondo assume una colorazione diversa! Ma perché non ho pensato che quel senso di oppressione alle dita potevano essere le cuciture? La signora (capelli bianchi corti e faccino simpatico, sorride anche con gli occhi), che per tutto il tempo ha parlato un francese veloce per me incomprensibile (sempre assistita dal baffuto marito sorridente e silenzioso), poco prima di andare mi dice (unica cosa che capisco), riferendosi alle mie calze rivoltate, “consiglio di vecchia mamma francese”. Mi piace questa coppia anzianotta (avranno circa 65/70 anni per ciascuno), sono sorridenti e tranquilli, chissà se faranno tutto il cammino e se li ritroverò? Mi ci vogliono circa quattro ore per arrivare a Trinidad de Arre, cittadina carina dove si entra attraverso un bel ponte. Subito dopo il ponte una chiesa e poi il rifugio, chiusi entrambi. Proseguo sotto un sole implacabile lungo un viale di cui non vedo fine. Ci sono – lungo tutta la via – degli alberi potati in modo così strano, non avevo mai visto un simile metodo di potatura, come se i rami di un albero fossero tagliati in modo da unirsi ai rami dell’albero vicino. Penso che quando ricresceranno le foglie, si formerà una sorta di fresco pergolato. Esco da Trinidad de Arre in direzione Pamplona, poi mi ricordo che al rifugio avrei dovuto bussare per farmi mettere il sello. Che peccato, ma non torno indietro per niente al mondo, continuo a trascinarmi come una disgraziata sino a Burlanda, periferia di Pamplona. Comincia qui la mia brava figura da cretina. Mi serve con una certa urgenza l’ufficio postale per spedire a casa il tot di cose che ho selezionato ieri e siccome non so come si dice POSTA, decido che la cosa migliore è cercare l’ostello, lasciarvi lo zaino e più leggera andare alla ricerca dell’ufficio postale. Ah, il mio spagnolo così scarso! Invece di refujo por peregrinos, mi viene la brillante idea di chiedere “donde estas l’hospital”, ricordando che gli addetti all’accoglienza si chiamano Hospitaleros e di conseguenza il rifugio non può chiamarsi che Hospital!! Mi fosse venuto un minimo dubbio, niente di niente. Morale: mi mandano dall’altra parte della città, sulla via per Santiago (!) all’Ospedale! Quando realizzo l’errore sono ormai davanti al policlinico, in coma per la disidratazione e per il peso che mi piega in due. Fermo una signora per chiederle come rientrare in centro città e costei, per tutta risposta, infila le mani nella tasca della giacca e mi dà 50 centesimi, mille lire di elemosina! Dai precordi mi sale una sfilza di parolacce, mi viene da piangere e da ridere, una risatina nervosa. 50 centesimi! Mi vedo riflessa nella vetrina di un bar: ha ragione la signora, a parte la conchiglia e il bordone che in ogni caso fanno di me una pellegrina, sembro una barbona.
Per fortuna trovo un’altra signora, gentilissima, che mi accompagna con l’autobus 4H sino all’ufficio postale, che scopro chiamarsi “Correos y telegrafos”. Per 24,35 preziosi euro mando uno scatolone di biancheria sporca e altre cosucce a mia madre e, più leggera nel fisico e nell’animo, vado alla ricerca del rifugio. Trovato, in cima a una torre con scaletta stretta: è pieno. In verità un posticino ci sarebbe anche, ma solo un piccolo spazio di emergenza per terra. L’hospitalero è indeciso se farmi restare ma arriva un ragazzo italiano, toscano, con i piedi pieni di bolle e con lo sguardo disperato. Forse l’hospitalero si sente in colpa perché sta quasi per sistemare me e non può farlo per il toscano e allora decide che no, non ci sono più posti per nessuno. Sono stanchissima ma – ora che ho lo zaino più leggero – decido di non cercare alloggio a Pamplona ma proseguire facendo la strada con Alberto (così si chiama il toscano) sino al prossimo rifugio a Cizur Menor, a soli 4 km. dopo Pamplona. Andiamo, a passo lento e un po’ distanziati l’uno dall’altro. E’ una casa privata, con un gran bel giardino, bagno in un container all’esterno della casa. La signora che mi accoglie sente che sono italiana e con grandi sorrisi mi dice che mi sistema con “los italianos”. Quindi mi accompagna attraverso un labirinto di stanze e passaggi pieni di letti affiancati l’uno all’altro, brande sistemate ovunque sino a una camera (sembra un ex stalla!) con sei letti: uno è per me. Los Italianos non sono altro che i soliti italiani già visti più il nuovo acquisto toscano che è arrivato, nonostante le ampollas, cinque minuti prima di me. Doccia caldissima nel container, lavaggio biancheria, e poi me vado in giro per la cittadina, carina e pulitissima. Cerco un supermercato perché, esperienza insegna, è meglio avere appresso qualcosa per fare colazione la mattina, dato che i bar aprono tardissimo, quando ci sono. Faccio rifornimento di latte condensato in tubo, succhi di frutta energetici e biscotti: ho lo zaino più leggero, quindi posso permettermi gli acquisti.
Alle otto cena in un ristorante vicinissimo al rifugio, poi a letto. Pazienza per il letto cigolante, cerco di non muovermi più di tanto.Il mio bordone veglia sul mio sonno, l’ho sistemato di fianco a me ed è consolatorio pensare a come mi accompagna con le preghiere di chi l’ha inciso per me e di tutti quelli che con amore me l’hanno regalato. Lo sistemo in modo tale da vederlo se apro gli occhi: è il mio bastone!! La stanza sembra un accampamento di zingari, con cordicelle tirate da una parete all’altra e tutta la biancheria stesa ad asciugare sopra le nostre teste. Ci mettiamo a dormire con le gocce della biancheria che scendono su di noi. Ma la stanchezza è tanta.......

Vuoi camminare con noi?
Contributi | Contatti
© Immacolata Coraggio - www.pontidiluce.org - info@pontidiluce.org

www.google.com


Associazione Ponti di Luce
indietro
avanti