di Immacolata Coraggio
Prima puntata: 3 luglio 2007
Arrivo a Santiago con uno spagnolo (Antonio) con cui camminavo da diversi giorni e una ragazza (Paula anche lei spagnola incontrata a Gozar). Dopo la messa nella cattedrale, dopo il ritiro della Compostela, Antonio, Paula ed io, pranziamo insieme. Poi, verso le cinque, dopo quattro giorni di intensissima condivisione, un ultimo abbraccio sulla soglia della cattedrale e loro vanno via, tornano a casa e io rimango sola, triste e vuota...
L'albergo per pellegrini è ormai pieno, cosi pure il convento di San Francesco. Vado ad una pensione pensando che se non trovo posto neanche lì, mi siederò nella piazza della cattedrale ad aspettare che qualcuno mi aiuti, perché non ho le forze, né fisiche né psichiche, per fare o decidere nulla.
Trovo posto e mentre la donna della pensione mi mostra il letto, il bagno condiviso etc, le dico "devo sedermi", mi siedo e scoppio a piangere, un pianto violento e irrefrenabile. La donna cerca di consolarmi, mi dice che è normale, che molti pellegrini piangono, che non è vero che sono sola, che nella pensione ci sono altri pellegrini e anzi c'è anche un italiano.
Le chiedo di presentarmelo. Ho bisogno di parlare con un pellegrino e un italiano mi risparmia le difficoltà di parlare in un’ altra lingua. Mi porta alla sua stanza e mi presenta "qui c'è una pellegrina italiana che vuole parlarti" e va via.
L'italiano impettito sulla soglia mi fa "che vuoi?" e io, tra le lacrime che continuano violente, rispondo "parlare" "e di che vuoi parlare?" mi fa, sempre impettito e rigido sulla porta
Che dire? in un altro momento sarei scappata via da quel muro di gelo, ma stavo troppo male e non avevo la forza di cercare aiuto da un'altra parte. Così nonostante la sua reazione insisto “ma tu non hai pianto all'arrivo a Santiago?" "no, perchè avrei dovuto?-risponde- sono arrivato di domenica, c'erano molti turisti, poi ho incontrato altri pellegrini conosciuti lungo il cammino...perchè avrei dovuto piangere?" "sto male, mi sento sola, già mi manca il cammino e le persone con cui l'ho condiviso...tu non ti sei sentito così?"
Forse Franco, questo il nome del pellegrino bolognese comincia a sciogliersi...mi dice, sempre freddo come un ghiacciolo "vuoi un po’ di vino?" e finalmente si sposta dalla soglia per farmi entrare.
Ci sediamo, beviamo vin tinto e tra le lacrime racconto del mio cammino e degli ultimi giorni con Paula e Antonio.
Dopo un po’ mi accorgo di lacrime silenziose sul viso di Franco.
Mi racconta che ha cominciato il cammino perchè sa di essere scorbutico chiuso e asociale, che sperava, col cammino, di aprirsi e di emozionarsi all'arrivo a Santiago, ma non è successo. Lungo tutto il cammino è stato completamente solo, non ha parlato con nessuno, non ha condiviso pasti, né gioie, né dolori. Non ha provato emozioni all'arrivo a Santiago tre giorni prima e pensava di tornare in Italia più solo e chiuso di prima di partire.
Ora ascoltando i miei racconti capisce che si può guardare al cammino con occhi diversi, capisce che l'incontro con me dà un senso al suo cammino. Ci ritroviamo abbracciati sul divano a mangiare i suoi biscotti e a bere vin tinto. Poi in giro per Santiago, gli faccio conoscere la pacharana e lo spingo ad un ballo collettivo in piazza dove alcuni artisti di strada suonano. L'indomani lo porto a cenare all'albergo in piazza della Cattedrale dove accolgono i primi dieci pellegrini con un pasto gratuito. Una cena in piacevole compagnia con pellegrini di diverse nazionalità: la sua prima cena condivisa. Ci salutiamo la sera al rientro alla pensione: io partirò l'indomani per Finisterre, lui tra due giorni per l'Italia. Mi ringrazia e mi abbraccia ancora e mi chiede di rimanere in contatto
Seconda puntata: otto luglio 2007
Il giorno otto arrivo a Barcellona da Finisterre, e mi ritrovo, sola, triste e stanca ad aspettare dieci interminabili ore il treno per Milano.
In una Barcellona piena di gente, tutti turisti frettolosi. Piena di gente e di solitudine...e io con Santiago e Finisterre e i tanti pellegrini nel cuore, a desiderare un abbraccio e un orecchio amico.
Il giorno è lungo e camminando per le affollate Ramblas mi dico che se fossi sul cammino potrei avvicinarmi ad uno qualsiasi degli sconosciuti che mi circondano e parlare. E poi penso a Franco, a come nonostante il suo atteggiamento glaciale sia riuscita a mostrarmi nuda, ad aprire il mio cuore, e cosi facendo abbia sciolto il suo. Mi dico che portare nel cammino della vita quanto appreso nel cammino di Santiago significa ricordarmi che siamo tutti fratelli in quanto pellegrini nel cammino della vita, di cui Santiago è solo una metafora, mi dico che se mi avvicino ad uno sconosciuto e gli apro il cuore anche qui sarò accolta. Continuo a dirmelo, ma è difficile, accidenti è molto più difficile. Se non provo, però, rinuncio ad una grande possibilità...in fondo il massimo che mi può accadere è di essere mandata a quel paese. Così mi avvicino ad una donna che beve un bicchiere di vino sola ad un tavolino di un bar "ablas espagnol?" le chiedo...ma non parla spagnolo, né italiano, né inglese: è francese. Le dico che proverò a parlarle lo stesso, anche se mi è più difficile, mi siedo e prima di cominciare a parlare, riprendo a piangere. Immagino sia stato piuttosto scioccante per lei, tuttavia le lacrime hanno lo stesso significato in tutte le lingue. Dopo qualche minuto, comincio nel mio imperfetto francese a parlare e lei mi ascolta e cerca di confortarmi. Dopo un po’ arriva il suo ragazzo e lei mi dice che lui parla spagnolo, con lui posso parlare più facilmente. Riprendo il mio racconto e lui mi dice che può capirmi, può capirmi molto bene: vive a Parigi, ma i suoi sono di Santiago, dove si è recato spesso e una volta è andato da Parigi a Burgos in bicicletta (voleva arrivare a Santiago ma ha dovuto sospendere). Capisce quello che provo e capisce che è difficile cercare di comunicarlo, a volte ha tentato con la fidanzata a dire cosa ha significato per lui il cammino e si è reso conto che lei non può comprenderlo del tutto. Finisce che ci salutiamo con abbracci e baci, con lui che mi dice che devo trovare il mio cammino nella vita e quando lo avrò chiaro spariranno anche le mie paure e che lo incanta conoscere persone come me.
Sono leggera e lieta: grazie alla spinta della tristezza infinita e del senso di solitudine di qualche ora prima, ho sperimentato che nella vita "normale" si può....si può con un po’ di coraggio, considerare tutti gli uomini "pellegrini" e avvicinarsi a chiedere aiuto, sorrisi, abbracci, ascolto, consigli, affetto.
Terza puntata: 23 luglio 2007
Una giornata massacrante in cammino per non so più quante ora in compagnia di Franco, pellegrino di Ancona incontrato a Pietrasanta 2 giorni fa. Arriviamo finalmente all’ostello dopo le otto di sera, sono stanchissima e ho le gambe gonfie, con grosse aree infiammate, rosse, dolenti e pruriginose; forse una reazione allergica a qualche pianta lungo il cammino, forse alle esalazioni dall’asfalto che ci ha accompagnato per tutta questa pesantissima giornata. Mi vien da piangere dalla stanchezza ed il dolore. Le camere dell’ostello sono per sesso così io e franco ci separiamo per una doccia. Il bagno è occupato e c’è anche fila: ora che faccio la doccia e torno nell’atrio dell’ostello, Franco è già a tavola e sta cenando. Considerando la mia stanchezza e il mio dolore alle game, pensava fossi andata direttamente a letto. Invece ora mi sento bene: una ventina di minuti stesa sul letto aspettando il mio turno in bagno, la doccia, con acqua gelata sulle gambe per disinfiammarle, un massaggio con la mia crema multiuso per placare irritazione e stanchezza…e ora mi sento benissimo e ho una gran fame.
Ma il menù dell’ostello non mi alletta: menù completo e molto banale, così decido di andare a cercare in giro un posto e un menù che mi attraggano di più.
Gironzolo per un po’ spiando menù e costi e poi scelgo un ristorantino con tavolini all’aperto: non ci sono esposti prezzi, né menù, ma mi piace, sento che è il posto dove voglio stare.
Infatti quando mi portano il menù vedo che hanno piatti unici particolari ed interessanti. Anche i dolci sono allettanti. Ordino un piatto unico a base di pesce e mentre aspetto mi guardo in giro.
Due tavoli oltre il mio c’è una donna sola che finito di cenare sorseggia gli ultimi sorsi di vino.
Guardo la sua espressione mentre il suo sguardo vaga lungo la piazza, come assorto, come spento, come perso nei suoi pensieri. Penso alle mie tante serate di solitudine nelle mie vacanze di donna sola, penso alla tristezza delle cene solitarie in ristoranti sconosciuti,ti troppo brevi per riempire serate interminabili. Mentre il giorno passa rapido e piacevole a gironzolare per luoghi artistici o naturali, quando viene la sera la solitudine ci assale: tutti i locali sono nelle case in famiglia e tutti i turisti si rallegrano in compagnia nei ristoranti. E timidi accettiamo il posto solo e triste al tavolo più scomodo che il cameriere magari un po’ seccato di utilizzare un tavolo (sia pure scomodissimo) per una persona sola. Quante serate passate così mi vengono in mente mentre guardo la donna sola che mi siede poco lontano.
Io oggi non mi sento così. Già in cammino è diverso, la sera sono stanca e non mi dispiace cenare velocemente e andare a letto presto, inoltre dopo l’incontro con Franco a a Santiago e i parigini a Barcellona mi fermo a parlare con tutti, non mi sono più sentita sola dalla partenza da Barcellona. E infine da un paio di giorni ho incontro Franco e stiamo condividendo giorni e serate. Stasera il mio cenare sola è una scelta, non un obbligo e mi sto già pregustando il pesce e il vino.
Continuo a sbirciare la donna e sempre più mi convinco che si senta triste e sola. E penso ora mia lo e vado a parlarle…e mi rendo conto che andare ad offrire aiuto non richiesto forse è ancora più difficile che chiederlo. Però l’incontro con Franco da Bologna e i parigini mi hanno insegnato che siamo tutti “fratelli”. La donna prende un fazzoletto dalla borsa e lo accosta agli occhi. Sta piangendo? Bene, ho deciso. Mi alzo e vado al suo tavolo, mi siedo di fronte a lei e lei chiedo se parla italiano. No, e neanche inglese e spagnolo: è francese. Così col mio improbabile francese le dico di scusarmi per l’invasione, ma che mi sembrava molto triste e che se voleva parlarne l’vrei ascoltata volentieri. Mi guarda sorpresa e risponde in tono sbrigativo che non è “molto triste”, io sorrido e allora sorride anche lei ed aggiunge, però mi fa molto piacere parlare, così la invio al mio tavolo, chiede un altro bicchiere di vino e mentre io mangio il pesce che nel frattempo è arrivato comincia a parlarmi di se. Della solitudine delle sue vacanze solitarie, della tristezza delle cene al ristorante senza nessuno con cui parlare, della sua vita senza un compagno e senza figli e della fatica di trovarci un senso. Io le parlo di me e dei cammini, della mia antica solitudine e di come mi stia rendendo conto grazie ai cammini che la solitudine sia solo un atteggiamento mentale, che è il senso di solitudine interiore che si manifesta in serate vuote e silenzi. Finisce che parliamo fino alle due di notte, poi torniamo insieme all’ostello (dorme anche lei li) e ci abbracciamo scambiandoci le mail.
Sono leggera e lieta: grazie alla spinta della tristezza infinita a Santiago e a Barcellona e grazie alla serenità della mia cena solitaria, qui a Lucca, ho sperimentato in modo così pieno che credo non lo “dimenticherò” più che nella vita "normale" si può....si può con un po’ di coraggio, considerare tutti gli uomini "pellegrini" e avvicinarsi a chiedere ed ad offrire…aiuto, sorrisi, abbracci, ascolto, consigli, affetto.